L’Europa è in crisi, ma dalla crisi si esce solo con l’Europa. Un’Europa nuova e più forte. Il dibattito che si è aperto sugli Eurobond è, in questo senso, incoraggiante. Il conio è di Jacques Delors: quale europeista più autorevole? Nell’ambito, bisogna però distinguere, come hanno fatto Franco Bassanini e Edoardo Reviglio in un articolo sul Sole 24 Ore, fra Eurobond per la crescita e Eurobond per la stabilità. I primi sono l’originaria idea di Delors, che avrebbe sognato emissioni di debito europeo per unificare anche fisicamente l’Europa tutta con strade, infrastrutture, treni veloci. I secondi sono invece lo strumento proposto, fra gli altri, da Giulio Tremonti, per ancorare anche visibilmente l’Euro ad una sola politica fiscale.
Questa sola politica fiscale non può essere fatta da una convergenza di tutti gli ordinamenti sulle stesse regole e sulle stesse aliquote. Ciò sarebbe terrificante, secondo i liberisti puri, perché ammazzerebbe da un giorno all’altro la concorrenza fiscale in Europa. Ma soprattutto, penso io, sarebbe impossibile nel tempo dell'emergenza, perché la complessità degli ordinamenti è tale da rendere una qualsiasi “armonizzazione” materia di anni di lavoro di fino di giuristi, non roba da decidersi in un meeting politico di poche ore.
Invece bisogna trovare non una “armonizzazione” ma una “armonia” della politica fiscale degli Stati membri, basata su una sorta di aggiornamento dei principi di Maastricht: al lasco parametro del debito pubblico come percentuale del PIL, rivelatosi fallimentare, va sostituito un più solido ancoraggio alla disciplina di bilancio. Ovvero è necessario mettere il pareggio di bilancio in Costituzione, e farlo tutti: come ha già fatto la Germania e come hanno scritto a van Rompuy la Merkel e Sarkozy. Questa non è una scelta simbolica, un artificio retorico da politica politicante. Al contrario. Si tratta di un modo per riportare la politica negli Stati membri su binari diversi da quelli del recente passato - contrassegnato da quella che Ernesto Galli della Loggia ha definito, sul Corriere, la “democrazia della spesa”.
Il tempo della democrazia della spesa è finito, e il pareggio di bilancio fa saltare la finzione contabile per cui a spese correnti si possono accompagnare tasse future - cioè debito pubblico. Solo avendo obbligato tutti gli Stati membri al pareggio di bilancio, si può procedere con la creazione di Eurobond. Gli Eurobond sono, in buona sostanza, una garanzia tedesca sul debito pubblico degli Stati meno solidi della Germania. E in quanto tali sono una garanzia che i tedeschi possono accordare se e solo se c’è la definizione di un punto di convergenza comune: il pareggio di bilancio, appunto.
Da questo punto di vista, allora, non è più vero che ai tedeschi non conviene impelagarsi in questa nuova impresa. Il vecchio Helmut Kohl ha richiamato il suo Paese e il suo partito alla solidarietà europea dei momenti migliori. Più che la solidarietà, può l’interesse. L’euro e l’Europa sono state parti importanti del mix che ha condotto la Germania ai recente successi economici. La forza di avere trovato nel mercato unico consumatori e partner per le proprie merci. L’indubitabile aiuto che è venuto alle aziende tedesche dall’operare in Euro, a tutti gli effetti una delle grandi valute del mondo, e non solo col leggendario marco (leggendario, ma pur sempre moneta della sola Germania). Pochi altri Paesi hanno tratto tanto dall’Unione Europea, a vantaggio della propria economia.
Ai tedeschi conviene un’Europa debole, dilaniata dalle divergenze, in cui persista e perduri la paura del default di questo o quello Stato? No. Per questo gli Eurobond si faranno.

